Adone - Parafrasi: il giardino del tatto

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I servitori e le ancelle avevano tolto dalle candide tovaglie i piatti d’oro, dove Adone e Venere avevano mangiato.

Fu versata l’acqua per pulirsi le mani, le quali vennero asciugate in una tela bianca preziosissima.

Venere si alzò e condusse Adone verso l’uscio della torre centrale dove c’era un servitore con il braccio sinistro nudo, l’unghia del mignolo lunga e ricurva e un falco appollaiato sul braccio.

Il giardino della torre centrale (del tatto) era pieno di oggetti che procurano gioie ed era più ampio degli altri.

Un ampia cerchia di piante creava una delicata ombra circolare, che con la gran cerchia di mura proteggeva la vegetazione rigogliosa.

Adone avanzò e provò una sensazione di gioia e di affetto mai provata prima; non ci fu mai immagine oscena che ai suoi occhi non potè migliorare qui.

Sembrava di entrare in una realtà virtuale dove ovunque guardava vedeva amore.

Sembra ci fosse un paradiso di eterna festa. Tutto cantava e la ninfa Eco a tutto rispondeva. Persino le bestie feroci amavano i pesci nelle onde. Le pietre stesse sembravano amore.

Mercurio lascia Adone sul confine dove ogni guerra d’amore termina pacificamente; si accontenta di averlo scorto fino a qui.

Questa è la sede del senso che prevale su tutti (il tatto), quello che non può ingannare, l’unico ad essere materiale. Vorrebbe parlargli ma comprende che Venere non vuole parole ma fatti.

Mercurio rimase li con la sua compagna Hesse a tessere coroncine di rami di mirto e lo incoraggia ad andare con Venere, sorridendo mentre lo diceva; poi distolse loro la vista fino a che uscirono dal giardino. Prima di salutarli congiunse le loro le mani destre e i palmi in segno di reciproca fedeltà.

Rimasero soli nelle fronde buie dopo che mercurio si allontanò. Erano in un magnifico giardino nel quale vi era una magnifica sorgente che creava un riflesso in modo da sembrare che ci fosse un altro giardino.

Un ruscello portava da questa sorgente, che sgorgava al livello del suolo, lenta verso un letto tortuoso. Sarebbe parso vero cristallo e argento se non non si sentisse lo scrosciare dell’acqua.

Il ruscello aveva la sabbia dorata e sembrava che Dio avesse raccolto qua le frecce di Cupido; Si ramificava in due: la parte dell’amore corrisposto, dolce e l’amore da disperazione, doloroso e crudele.

Da quello velenoso, brutto si libera quello mielato, dolce, il quale bagna con canali dorati il verde prato e dal quale si arriva dal bosco alla fonte, dove Venere e Adone si chiudono dentro e buttano la chiave.